Si chiamano Karim e Alessandra, Sheker e Simona, Ali ed Emanuela, Mohammed e Adriana e sono soltanto alcuni nomi delle sempre più numerose coppie miste che in Italia sono ormai una su otto. Di tutte le coppie miste quella italo-musulmana viene considerata la più controversa ed alcuni esperti le considerano le coppie miste per antonomasia perché incarnano tutti quegli stereotipi riguardanti la diversità di mentalità, di cultura e di religione.
In realtà, stando alle dichiarazioni di chi l’esperienza di coppia la vive quotidianamente, la religione o la cultura di provenienza hanno ben poca influenza. Sono le persone, i singoli che fanno la differenza come sostiene Simona, italiana, 28 anni: “esistono alcuni valori condivisi come il rispetto reciproco che prescindono dal culto che uno professa, bensì dalla famiglia o dall’educazione che si riceve”
La quasi totalità delle donne italiane interpellate non lamentano pressioni nell’ottica di un’eventuale conversione all’Islam, anzi la maggior parte di loro hanno conservato la propria religione e, anche per quanto riguarda i figli, viene lasciata ampia libertà. Generalmente i bambini vengono educati nel rispetto di entrambe le religioni e solo quando saranno abbastanza maturi opteranno per l’una o per l’altra.
Tuttavia queste coppie non sono sempre serene. A volte può accadere di vivere una sorta di lacerazione interna ed una profonda solitudine come raccolta Deborah, autrice del libro “La Mia Fuga verso l’Islam” che dichiara di aver perso i contatti con la madre e la sorella dopo la conversione ed il matrimonio con il marito bosniaco. Ma non sarebbero soltanto le famiglie delle italiane a lamentarsi, anche quelle degli stranieri che vedono le donne “occidentali” troppo “disinvolte”. Insomma, dopo i pregiudizi iniziali e la sensazione di essere costantemente sotto osservazione, queste coppie affrontano la vita quotidiana che si presenta irta di ostacoli. Dopo lo slancio iniziale, la curiosità di conoscere una nuova lingua, una nuova cultura, religione, musica e cucina, ci si trova a dover far fronte alle asperità della vita.
Come tutte le coppie i problemi sorgono quando viene a mancare il benessere. I problemi sarebbero soprattutto di tipo economico perché molti stranieri non sarebbero in grado di farsi carico di tutte le esigenze che comporta avere una famiglia. Si sa che le coppie dove c’è uno straniero sono le più esposte a questo genere di problematiche perché non hanno alle loro spalle una famiglia che possa aiutarli. I problemi della coppia mista non sarebbero dunque legati alla diversa mentalità o alla diversa religione, ma, si tratterebbe, molto più prosaicamente, di problemi economici.
Accanto a questi problemi ne sorgono altri minori legati al fatto di non riuscire a vivere, insieme alle rispettive famiglie, alcuni momenti felici della vita di una coppia come la nascita di un figlio o le festività natalizie o la festa del sacrificio. Le visite da parte della famiglia di origine dello straniero sono condizionate all’ottenimento di un visto di ingresso da parte della famiglia ospitante. Così, soprattutto i bambini, soffrono un certo disagio nel sapere di avere dei nonni, degli zii, dei cugini ma senza riuscire a vivere appieno la sua crescita.
Insomma, dalle testimonianze di alcune di queste coppie miste emergerebbe che alcuni problemi sbandierati dalla cronaca in televisione, sarebbero soltanto esagerazioni o casi limite. La maggior parte delle coppie miste vivono gli stessi problemi che hanno tutte le altre coppie, alcuni più gravi, altri più leggeri. Ma nonostante tutto, tutti sono concordi nell’affermare che la ricchezza (non materiale ma intellettuale), l’apertura mentale, la conoscenza delle diverse realtà che hanno due coniugi di un matrimonio misto porta a superare ogni sorta di pregiudizio o di ostacolo.
(28 Novembre 2009)
Sindaco leghista di Varallo: "Prevenire meglio che curare"
Indossare burqa, burqini e niqab è vietato da un'ordinanza comunale (500 euro la multa prevista) e, per chi non lo sapesse, ecco dei cartelli stradali che lo ricordano: 'sottotitolati' in italiano e arabo, mostrano il classico simbolo del divieto stradale (il cerchio rosso con la barra diagonale) e una 'X' rossa sovrapposta a disegni degli indumenti dell'islam. Succede in Piemonte, a Varallo Sesia, provincia di Vercelli, dove il sindaco Gianluca Bonanno (anche deputato della Lega) era già diventato famoso per altri 'provvedimenti creativi'. L'ultimo era stato la nascita dell'assessorato alla Dieta, con un premio in denaro (fino a 150 euro) al cittadino che dimostra di perdere peso e soprattutto di riuscire a mantenere il risultato ottenuto a distanza di tempo. Ora arriva la segnaletica anti-burqa, indumenti che secondo l'ordinanza comunale "impediscono, o nel caso del niqab rendono difficoltoso, il riconoscimento della persona". A Varallo sono stati montati una settimana fa e dalla prossima saranno integrati da segnali ancora più grandi e visibili, in corso di progettazione. I cartelli ricordano anche che è vietata l'attività di 'vu' cumpra' e mendicanti, ma permettono gli hijab, i veli che lasciano scoperto il viso. A parte i cartelli stradali, il sindaco di Varallo ha già in programma un'altra 'ordinanza creativa' sugli immigrati: "È un'iniziativa prevista dal decreto sicurezza e dalla prossima settimana - annuncia Buonanno - proporremo a ogni extracomunitario maggiorenne della città una sorta di contratto personale, nel quale ci si impegna a rispettare le nostre tradizioni, usi e costumi, dal crocifisso al presepe a scuola. La firma è naturalmente libera, ma chi non lo fa poi non venga a chiedere aiuti per mense e scuolabus. Significa che l'integrazione non ti interessa". Sav nov 09

IL CAIRO (Reuters) - Un comitato di esperti nel principale centro di insegnamenti sunniti dell'Egitto ha individuato una regola che stabilisca quando una donna musulmana deve sollevare il "niqab", il velo che le nasconde praticamente l'intero volto. Lo riporta oggi l'agenzia stampa ufficiale Mena.
La questione di quando indossare il niqab ha generato un aspro dibattito in Egitto, Paese prevalentemente musulmano, dove molte donne si coprono la testa con lo "hijab" ma è in crescita il numero di coloro che coprono anche il viso.
Il dibattito è scaturito questo mese quando Sheikh Mohamed Sayed Tantawi, a capo di Al Azhar, secolare centro di insegnamento sunnita, ha detto a una ragazza in classe di togliersi il niqab, un gesto interpretato come un divieto.
Al Azhar ha poi chiarito che imporre in classi solo femminili la forma più conservatrice di velo è una regola contro le donne.
Oggi il centro di ricerche di Al Azhar ha confermato di sostenere la regola per cui ci sono tre casi in cui una donna non deve indossare il niqab, come riporta Mena: in classi completamente femminili con insegnanti donne, nelle aule degli esami quando tutti gli studenti e i supervisori sono di sesso femminile e in dormitori esclusivamente femminili.

In Italia vige una legge (n.152 dell’anno 1975) che all’articolo cinque fa menzione del divieto di coprirsi il volto. L’articolo otto della Costituzione dice:“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.” Quindi se una legge italiana parla del divieto di andare in giro a volto scoperto,quale la 152 del 1975, la libertà delle donne religiose musulmane di praticare la loro religione coprendosi il velo, andrebbe a infrangere la legge.
Purtroppo spesso succede che quando i telegiornali passano notizie con interviste a politici che urlano davanti alle moschee che queste persone con il niqab “stanno infrangendo la legge”, queste stesse notizie vengono assorbite dallo spettatore tali quali sono, senza troppi approfondimenti. E lo spettatore stesso poi, diventando attore in una conversazione tra amici, si ritroverà a spiegare che alla fine purtroppo è vero che queste donne con il niqab stanno infrangendo la legge italiana. Ma andando a leggere l’articolo 5 della legge citata ecco che cosa troviamo:
ART.5
È VIETATO PRENDERE PARTE A PUBBLICHE MANIFESTAZIONI, SVOLGENTISI IN LUOGO PUBBLICO O APERTO AL PUBBLICO,FACENDO USO DI CASCHI PROTETTIVI O CON IL VOLTO IN TUTTO O IN PARTE COPERTO MEDIANTE L’IMPIEGO DI QUALUNQUE MEZZO ATTO A RENDERE DIFFICOLTOSO IL RICONOSCIMENTO DELLA PERSONA.
IL CONTRAVVENTORE È PUNITO CON L’ARRESTO DA UNO A SEI MESI E CON L’AMMENDA DA LIRE CINQUANTAMILA A LIRE DUECENTOMILA.
Questa legge dice senz’altro che è vietato andare in giro a volto coperto. Ma ci sono due fattori da tenere in considerazione: primo è che la legge si riferisce a una specifica situazione, ovvero quella delle pubbliche manifestazioni; contestualizzando la legge al momento della sua di nascita (quella dell’Italia degli anni 70) è poi facile intuire il significato di questa norma in un periodo storico caratterizzato da manifestazioni, gambizzazioni, terrorismo e brigate rosse. In tale contesto storico-sociale, per ovvi motivi di sicurezza, i volti dei manifestanti dovevano essere riconoscibili. Ma proprio in questa legge, di cui abbiamo l’articolo sotto al naso, nessuno parla del fatto che è vietato camminare per le strade con un velo che copre il volto - a meno che il termine pubbliche manifestazioni dell’articolo si riferisca al quotidiano camminare di chiunque. A rigor di logica le manifestazioni pubbliche sono raggruppamenti di persone in un luogo appunto pubblico per esprimere il proprio pensiero comune riguardo a un determinato argomento.
Quindi ci dovrebbe essere ombra di dubbio sul fatto che non ci sono contrasti tra l’articolo otto della Costituzione sulla libertà di religione e l’articolo cinque della legge 152/1975. Esercitando la propria religione, che comporta in alcuni casi l’indossare il niqab, queste donne non infrangono nessuna legge: il velo viene indossato nei giorni di vita quotidiana e non a fini di dimostrazioni o manifestazioni pubbliche.
D’altro canto naturalmente, per ragioni attuali di sicurezza, specialmente dopo le paure suscitate dopo gli attacchi dell’11 settembre, all’entrata in un istituto pubblico, quale può essere un’ambasciata o un museo, se richiesto dalle regole dell’istituto stesso, la donna a volto coperto dovrebbe mostrarlo all’autorità che lo richiede: questa che può essere vista come violazione della privacy, lo è allo stesso livello dei controlli ai raggi X delle borse di qualunque signora o signore entri nella stessa istituzione; in entrambe i casi l’intervento delle autorità può certo essere percepito come violazione della privacy ma sono evidenti a tutti le ragioni di sicurezza.
Uno dei grandi difetti dell’uomo è ritenere universalmente giusto ciò che a lui appare tale. Quello che l’uomo fa spesso molta fatica a capire è che certe idee e certi standard che per una certa cultura hanno un determinato valore (ad esempio il velo per gli occidentali è simbolo di repressione delle donne e non libertà), non hanno lo stesso valore e significato in un’altra (il velo nella religione islamica è una scelta: ogni donna è libera di scegliere se portarlo o no, libera di professare la propria religione). È interessante quindi notare come lo stesso concetto di libertà, e la parola stessa, siano interpretati in modi non solo diversi, ma anteticamente opposti, in due diverse culture.
http://thetamarind.eu/it/2009/10/19/niqab/
A volte basta poco perché un’iniziativa si diffonda in varie parti del mondo. Una buona idea, una buona causa e il successo è assicurato.