martedì, 01 dicembre 2009, ore 13:54

As-salam alaykom wa Rahmatullah cara Ummah :)

La situazione per quanto concerne il matrimonio si sta velocemente evolvendo, ed in maniera LUCCICOSA!
Non ve ne avevo fatto partecipi, ma sabato sera ho donato alla mia perla un segno tangibile (e ben visibile) del mio amore: l'anello.
Lui ha aspettato due giorni prima di capacitarsi e poi con tono placido: " Me lo devi mettere tu ". E così ora siamo fidanzati ufficialmente per tutta la comunità musulmana residente nel mio paesino (anche se da tempo ho il sospetto che pensino che siamo proprio sposati!).
Ieri sera è stato il mio turno; è arrivato con una bustina violacea (colore che va molto di moda quest'anno ^^) ed ho pensato che Dio mi sta regalando davvero la metà che Platone nella sua infedeltà religiosa aveva preventivato per tutta l'umanità.
Peccato che la misura non fosse giusta, ma.....il brillocco c'è :)
Sapete, per me è molto importante la tradizione del fidanzamento; purtroppo nel mio caso vi è una totale assenza da parte della mia famiglia (giacchè la sua, au contraire, ne è consapevole).
Inch'Allah, potrò presto coronare quella serenità spirituale e mentale che da tanto tempo agogno; vivere il Islàm come un dono che DEVE essere rispettato e onorato ogni giorno senza sotterfugi ed anzi, con la fierezza negli occhi del proprio sposo di avere a fianco una moglie devota ed osservante dei medesimi principi e valori.
So che per molte di voi questa è già una stupenda realtà, ma lasciatemi stupire nel poter finalmente toccare con mano quella piccola luce (anche se terrestre) che Allah (swt) ci lascia intravedere, uno scorcio per poter vagamente comprendere quanto possa essere bello (e non trovo altri termini) il Paradiso.

" In verità quel giorno i destinati al paradiso gioiranno di cose belle:
essi e le loro spose riposeranno sopra alti letti, sistemati in luoghi ombrosi
e avranno frutti e anche tutto quello che desidereranno
e: pace! sarà la parola che udiranno pronunciare dal loro Signore Misericordioso [ XXXVI, 55-58 ] "

La seduta è tolta; al prossimo aggiornamento, Inch'Allah :)

Khadija80
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lunedì, 30 novembre 2009, ore 14:23

As-Salam alaykom wa Rahmatullah fratellini e sorelline !!!!

Dato che non ho nella colonna a fianco l'aggiornamento automatico delle ultime foto che pubblico, ve lo farò sapere con questi piccoli ma funzionali post.
L'avvicendamento dei miei Multimedia passo dopo passo su Radio (afona) Khadija ^^ !! 'Nsomma....annate a vedè che ce stanno delle foto nuove.

La vostra sorella anomala (o anormale??!!).
Khadija80
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domenica, 29 novembre 2009, ore 20:38

Si chiamano Karim e Alessandra, Sheker e Simona, Ali ed Emanuela, Mohammed e Adriana e sono soltanto alcuni nomi delle sempre più numerose coppie miste che in Italia sono ormai una su otto. Di tutte le coppie miste quella italo-musulmana viene considerata la più controversa ed alcuni esperti le considerano le coppie miste per antonomasia perché incarnano tutti quegli stereotipi riguardanti la diversità di mentalità, di cultura e di religione.

In realtà, stando alle dichiarazioni di chi l’esperienza di coppia la vive quotidianamente, la religione o la cultura di provenienza hanno ben poca influenza. Sono le persone, i singoli che fanno la differenza come sostiene Simona, italiana, 28 anni: “esistono alcuni valori condivisi come il rispetto reciproco che prescindono dal culto che uno professa, bensì dalla famiglia o dall’educazione che si riceve”

La quasi totalità  delle donne italiane interpellate non lamentano pressioni nell’ottica di un’eventuale conversione all’Islam, anzi la maggior parte di loro hanno conservato la propria religione e, anche per quanto riguarda i figli, viene lasciata ampia libertà. Generalmente i bambini vengono educati nel rispetto di entrambe le religioni e solo quando saranno abbastanza maturi opteranno per l’una o per l’altra.

Tuttavia queste coppie non sono sempre serene. A volte può accadere di vivere una sorta di lacerazione interna ed una profonda solitudine come raccolta Deborah, autrice del libro “La Mia Fuga verso l’Islam” che dichiara di aver perso i contatti con la madre e la sorella dopo la conversione ed il matrimonio con il marito bosniaco. Ma non sarebbero soltanto le famiglie delle italiane a lamentarsi, anche quelle degli stranieri che vedono le donne “occidentali” troppo “disinvolte”. Insomma, dopo i pregiudizi iniziali e la sensazione di essere costantemente sotto osservazione, queste coppie affrontano la vita quotidiana che si presenta irta di ostacoli. Dopo lo slancio iniziale, la curiosità di conoscere una nuova lingua, una nuova cultura, religione, musica e cucina, ci si trova a dover far fronte alle asperità della vita.

Come tutte le coppie i problemi sorgono quando viene a mancare il benessere. I problemi sarebbero soprattutto di tipo economico perché molti stranieri non sarebbero in grado di farsi carico di tutte le esigenze che comporta avere una famiglia. Si sa che le coppie dove c’è uno straniero sono le più esposte a questo genere di problematiche perché non hanno alle loro spalle una famiglia che possa aiutarli. I problemi della coppia mista non sarebbero dunque legati alla diversa mentalità o alla diversa religione, ma, si tratterebbe, molto più prosaicamente, di problemi economici.

Accanto a questi problemi ne sorgono altri minori legati al fatto di non riuscire a vivere, insieme alle rispettive famiglie, alcuni momenti felici della vita di una coppia come la nascita di un figlio o le festività natalizie o la festa del sacrificio. Le visite da parte della famiglia di origine dello straniero sono condizionate all’ottenimento di un visto di ingresso da parte della famiglia ospitante. Così, soprattutto i bambini, soffrono un certo disagio nel sapere di avere dei nonni, degli zii, dei cugini ma senza riuscire a vivere appieno la sua crescita.

Insomma, dalle testimonianze di alcune di queste coppie miste emergerebbe che alcuni problemi sbandierati dalla cronaca in televisione, sarebbero soltanto esagerazioni o casi limite. La maggior parte delle coppie miste vivono gli stessi problemi che hanno tutte le altre coppie, alcuni più gravi, altri più leggeri. Ma nonostante tutto, tutti sono concordi nell’affermare che la ricchezza (non materiale ma intellettuale), l’apertura mentale, la conoscenza delle diverse realtà che hanno due coniugi di un matrimonio misto porta a superare ogni sorta di pregiudizio o di ostacolo.

(28 Novembre 2009)

Khadija80
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giovedì, 26 novembre 2009, ore 13:39

Sindaco leghista di Varallo: "Prevenire meglio che curare"
Indossare burqa, burqini e niqab è vietato da un'ordinanza comunale (500 euro la multa prevista) e, per chi non lo sapesse, ecco dei cartelli stradali che lo ricordano: 'sottotitolati' in italiano e arabo, mostrano il classico simbolo del divieto stradale (il cerchio rosso con la barra diagonale) e una 'X' rossa sovrapposta a disegni degli indumenti dell'islam. Succede in Piemonte, a Varallo Sesia, provincia di Vercelli, dove il sindaco Gianluca Bonanno (anche deputato della Lega) era già diventato famoso per altri 'provvedimenti creativi'. L'ultimo era stato la nascita dell'assessorato alla Dieta, con un premio in denaro (fino a 150 euro) al cittadino che dimostra di perdere peso e soprattutto di riuscire a mantenere il risultato ottenuto a distanza di tempo. Ora arriva la segnaletica anti-burqa, indumenti che secondo l'ordinanza comunale "impediscono, o nel caso del niqab rendono difficoltoso, il riconoscimento della persona". A Varallo sono stati montati una settimana fa e dalla prossima saranno integrati da segnali ancora più grandi e visibili, in corso di progettazione. I cartelli ricordano anche che è vietata l'attività di 'vu' cumpra' e mendicanti, ma permettono gli hijab, i veli che lasciano scoperto il viso. A parte i cartelli stradali, il sindaco di Varallo ha già in programma un'altra 'ordinanza creativa' sugli immigrati: "È un'iniziativa prevista dal decreto sicurezza e dalla prossima settimana - annuncia Buonanno - proporremo a ogni extracomunitario maggiorenne della città una sorta di contratto personale, nel quale ci si impegna a rispettare le nostre tradizioni, usi e costumi, dal crocifisso al presepe a scuola. La firma è naturalmente libera, ma chi non lo fa poi non venga a chiedere aiuti per mense e scuolabus. Significa che l'integrazione non ti interessa". Sav nov 09
 

Islam/Vietati burqa e niqab,in Piemonte ecco i cartelli stradali
Roma, 25 nov. (Apcom) -
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venerdì, 20 novembre 2009, ore 21:56

Nel suo nuovo libro, Il Corano. Una lettura, Biancamaria Scarcia Amoretti, professore ordinario di Islamistica presso la facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza di Roma, presenta un’ipotesi di lettura del Corano con la finalità di far avvicinare a questo testo sacro un pubblico di interessati, ma di non specialisti. Come l’autrice rivela al vasto e vario pubblico il giorno della sua presentazione, 9 novembre presso il Dipartimento di Studi Storici Geografici Antropologici di Roma Tre, il libro non vuole essere un prodotto accademico ma un tentativo di rendere più accessibile il Corano “nella speranza che esso venga letto e che parli al lettore una lingua quotidiana, familiare”.

Pensato per i non musulmani ma anche per i nuovi musulmani italiani che si avvicinano al Testo sacro sul quale si fonda l’Islam, orientandosi nella ricchezza dei suoi motivi senza dimenticare il principio Fondamentale per cui esso è letteralmente “Parola di Dio”, questo volume consiste in una lettura peculiare della trama religiosa del Corano, nella quale a far da guida è,in primo luogo, il testo stesso. Così l’autrice si sofferma su nuclei tematici definiti, quali possono essere la fisionomia del creato, la volontà umana, la natura del potere o la questione femminile, citando il Corano stesso, dando la possibilità, a chi non sa muoversi nella complessa struttura compositiva del Libro, di esplorarlo e di trovare risposte a questioni che ancora attendono di essere risolte.

In questo caso , particolarmente penalizzante è il fatto che manchino delle traduzioni antiche “canoniche” che permettano quella continuità di aggiornamento nel linguaggio che esiste, invece, nelle moderne traduzioni della Bibbia. La traduzione è un problema complicato sia da motivazioni teologiche che dalla straordinaria polivalenza semantica dell’arabo coranico che dà alla lingua araba uno statuto talmente eccezionale da mettere in causa la competenza e la legittimità di accostarsi al testo quando non si è arabofoni. Il rischio, duplice, è di non cogliere nel testo le forme spirituali universali che una lunga tradizione riconosce solo in alcuni testi sacri o di dare un’attribuzione erronea a comportamenti che hanno corso nelle società musulmane. Conoscere il Corano può portare ad una più equilibrata valutazione di dette società.

L’ipotesi di lettura del Corano che l’autrice vuole dare, per mezzo della sua autoreferenzialità, vuole dimostrare la possibilità dell’Islam di concepire la modernità. E’ uno studio improntato sulla teologia ma che si serve della filologia come ancilla: per interpretare correttamente un termine bisogna vedere il suo significato e come esso compare in altre lingue affini, come l’aramaico, è il caso dei termini Qur’an , qira’a, furqan o mizan . La lingua araba, nella quale è scritto il Corano, ha una straordinaria polivalenza semantica, a questa corrisponde una pluralità di livelli interpretativi di cui quello letterale, sul quale è basata l’interpretazione delle correnti fondamentaliste, vale come inizio ma non come esito. Da questa pluralità si è mossa l’ermeneutica musulmana che sin dagli albori della sua storia ha permesso all’Islam di penetrare nei contesti socio-culturali più disparati.

Obiettivo del libro è quello di far emergere le differenze tra i tre monoteismi abramitici, contribuendo al dialogo interreligioso che non può non misurarsi con il difficile equilibrio tra il riconoscimento della centralità dell’uomo come soggetto storico e quello dell’istanza di ogni fede a sentirsi portatrice di verità. “La divinità del testo rende le diversità (ikhtilafat) una benedizione divina”. La diversità, intesa come valore, è ciò che ci accomuna e il punto da dove bisogna partire per costruire una convivenza pacifica. Scoprire il Corano è una delle molte vie per capire che l’umanità è accomunata da una percezione di sé che è possibile cogliere solo grazie alle differenze. In questa ottica, mantenendo la diversità come valore, non ha senso parlare di una religione ma delle diverse religioni e di come queste entrino in rapporto le une con le altre. Sentire l’Islam come una religione aliena all’Europa è un errore, l’Islam è parte di essa, della sua storia e della sua identità come le altre religioni lo sono.



As-salam alaykom wa Rahmatullah cari fratelli e sorelle,
ritorno con questo interessante appunto sulle nuove frontiere della traduzione riguardante il Sacro Corano, dopo mille peripezie informatiche ed esistenziali.
Spero che non vi siate dimenticati di me, e che torniate numerosi fra le pagine di questo blog; in mezzo a schizzofreniche espressioni della mia pur salda fede, e prese di posizione inderogabili.....vi aspetto, io son qui ^^.

Khadija80
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giovedì, 05 novembre 2009, ore 20:01

IL CAIRO (Reuters) - Un comitato di esperti nel principale centro di insegnamenti sunniti dell'Egitto ha individuato una regola che stabilisca quando una donna musulmana deve sollevare il "niqab", il velo che le nasconde praticamente l'intero volto. Lo riporta oggi l'agenzia stampa ufficiale Mena.

La questione di quando indossare il niqab ha generato un aspro dibattito in Egitto, Paese prevalentemente musulmano, dove molte donne si coprono la testa con lo "hijab" ma è in crescita il numero di coloro che coprono anche il viso.

Il dibattito è scaturito questo mese quando Sheikh Mohamed Sayed Tantawi, a capo di Al Azhar, secolare centro di insegnamento sunnita, ha detto a una ragazza in classe di togliersi il niqab, un gesto interpretato come un divieto.

Al Azhar ha poi chiarito che imporre in classi solo femminili la forma più conservatrice di velo è una regola contro le donne.

Oggi il centro di ricerche di Al Azhar ha confermato di sostenere la regola per cui ci sono tre casi in cui una donna non deve indossare il niqab, come riporta Mena: in classi completamente femminili con insegnanti donne, nelle aule degli esami quando tutti gli studenti e i supervisori sono di sesso femminile e in dormitori esclusivamente femminili.

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giovedì, 05 novembre 2009, ore 19:52

Apre in Iraq una banca per sole donne. E la scelta del posto è significativa: Najaf, una delle due città sante sciite, centro di studi religiosi nonché meta di pellegrini da tutto il mondo musulmano.

L’obiettivo è quello di intercettare un mercato con un grande potenziale.

A Babel, questo è il nome della banca, le impiegate sono solo donne, anche se i dirigenti sono uomini. Ma il manager della filiale deve prendere appuntamento prima di potervi far visita, e accedere da una porta sul retro.

"In questa banca, le clienti possono togliersi il velo e trattare con le impiegate in assoluta libertà", dice alla Reuters Mazen Abdul-Razzaq, il vicedirettore della banca, che è privata.

La filiale di Najaf ha aperto una settimana fa: all’inaugurazione sono stati fatti entrare solo pochi giornalisti maschi per pubblicizzare l'evento.

Nella città santa, uno dei più importanti centri per l'insegnamento dell'Islam sciita, vige un conservatorismo di stampo religioso che obbliga le donne indossare abaya e hijab, abiti tradizionali che coprono completamente il corpo, oppure il velo per coprire i capelli.

Le impiegate della filiale di Najaf siedono dietro gli sportelli, contando pile di dinari iracheni, mentre apposite macchinette sbattono mazzi di banconote da 100 dollari, mentre le donne intervistate dalla Reuters all’interno dicono di sentirsi a loro agio nella nuova agenzia, dove non devono trattare con impiegati di sesso maschile.

Najaf ha bisogno di altri posti così, dice una cliente che si presenta come Um Zina, o "madre di Zina", ed è in piedi in attesa del suo turno.

"Una donna andrà più liberamente in posti dove ci sono solo donne", commenta un’altra che lavora in un salone di bellezza. "Idee come queste sono da incoraggiare, in modo che le donne non si sentano in imbarazzo".

Secondo Iqbal Mohammed, capo dei contabili della banca, la nuova filiale è utile alle donne in generale, in particolare quelle di Najaf, che "sono chiuse nelle loro case, impegnate a crescere i figli". E che in questo modo possono esercitare i loro diritti - uscire e sbrigare i loro affari.

Se l'agenzia per sole donne di Najaf decollerà, altre potrebbero aprire i battenti, sottolinea Abdul Aziz Hassun, presidente dell’associazione che raggruppa le banche private irachene.

"E' qualcosa di auspicabile, e non deve essere limitato alle città sante”, dice, “forse altre banche copieranno questa iniziativa, se dovesse rivelarsi un successo".

[O.S.]

Fonte: Reuters
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lunedì, 19 ottobre 2009, ore 14:59

Esistono due tipi di velo nel mondo islamico, hijab e niqab. Hijab è il velo che copre solamente la capigliatura; niqab è il velo che copre il volto completamente (viso e capelli), lasciando solo una piccola fessura per gli occhi.

In Italia vige una legge (n.152 dell’anno 1975) che all’articolo cinque fa menzione del divieto di coprirsi il volto. L’articolo otto della Costituzione dice:Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.” Quindi se una legge italiana parla del divieto di andare in giro a volto scoperto,quale la 152 del 1975,  la libertà delle donne religiose musulmane di praticare la loro religione coprendosi il velo, andrebbe a infrangere la legge.

Purtroppo spesso succede che quando i telegiornali passano notizie con interviste a politici che urlano davanti alle moschee che queste persone con il niqab “stanno infrangendo la legge”, queste stesse notizie vengono assorbite dallo spettatore tali quali sono, senza troppi approfondimenti. E lo spettatore stesso poi, diventando attore in una conversazione tra amici, si ritroverà a spiegare che alla fine purtroppo è vero che queste donne con il niqab stanno infrangendo la legge italiana. Ma andando a leggere l’articolo 5 della legge citata ecco che cosa troviamo:

ART.5

È VIETATO PRENDERE PARTE A PUBBLICHE MANIFESTAZIONI, SVOLGENTISI IN LUOGO PUBBLICO O APERTO AL PUBBLICO,FACENDO USO DI CASCHI PROTETTIVI O CON IL VOLTO IN TUTTO O IN PARTE COPERTO MEDIANTE L’IMPIEGO DI QUALUNQUE MEZZO ATTO A RENDERE DIFFICOLTOSO IL RICONOSCIMENTO DELLA PERSONA.

IL CONTRAVVENTORE È PUNITO CON L’ARRESTO DA UNO A SEI MESI E CON L’AMMENDA DA LIRE CINQUANTAMILA A LIRE DUECENTOMILA.

Questa legge dice senz’altro che è vietato andare in giro a volto coperto. Ma ci sono due fattori da tenere in considerazione: primo è che la legge si riferisce a una specifica situazione, ovvero quella delle pubbliche manifestazioni; contestualizzando la legge al momento della sua di nascita (quella dell’Italia degli anni 70) è poi facile intuire il significato di questa norma in un periodo storico caratterizzato da manifestazioni, gambizzazioni, terrorismo e brigate rosse. In tale contesto storico-sociale, per ovvi motivi di sicurezza, i volti dei manifestanti dovevano essere riconoscibili. Ma proprio in questa legge, di cui abbiamo l’articolo sotto al naso, nessuno parla del fatto che è vietato camminare per le strade con un velo che copre il volto - a meno che il termine pubbliche manifestazioni dell’articolo si riferisca al quotidiano camminare di chiunque. A rigor di logica le manifestazioni pubbliche sono raggruppamenti di persone in un luogo appunto pubblico per esprimere il proprio pensiero comune riguardo a un determinato argomento.

Quindi ci dovrebbe essere ombra di dubbio sul fatto che non ci sono contrasti tra l’articolo otto della Costituzione sulla libertà di religione e l’articolo cinque della legge 152/1975. Esercitando la propria religione, che comporta in alcuni casi l’indossare il niqab, queste donne non infrangono nessuna legge: il velo viene indossato nei giorni di vita quotidiana e non a fini di dimostrazioni o manifestazioni pubbliche.

D’altro canto naturalmente, per ragioni attuali di sicurezza, specialmente dopo le paure suscitate dopo gli attacchi dell’11 settembre, all’entrata in un istituto pubblico, quale può essere un’ambasciata o un museo, se richiesto dalle regole dell’istituto stesso, la donna a volto coperto dovrebbe mostrarlo all’autorità che lo richiede: questa che può essere vista come violazione della privacy, lo è allo stesso livello dei controlli ai raggi X delle borse di qualunque signora o signore entri nella stessa istituzione; in entrambe i casi l’intervento delle autorità può certo essere percepito come violazione della privacy ma sono evidenti a tutti le ragioni di sicurezza.

Uno dei grandi difetti dell’uomo è ritenere universalmente giusto ciò che a lui appare tale. Quello che l’uomo fa spesso molta fatica a capire è che certe idee e certi standard che per una certa cultura hanno un determinato valore (ad esempio il velo per gli occidentali è simbolo di repressione delle donne e non libertà), non hanno lo stesso valore e significato in un’altra (il velo nella religione islamica è una scelta: ogni donna è libera di scegliere se portarlo o no, libera di professare la propria religione). È interessante quindi notare come lo stesso concetto di libertà, e la parola stessa, siano interpretati in modi non solo diversi, ma anteticamente opposti, in due diverse culture.

http://thetamarind.eu/it/2009/10/19/niqab/

Khadija80
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lunedì, 19 ottobre 2009, ore 13:10

ImageA volte basta poco perché un’iniziativa si diffonda in varie parti del mondo. Una buona idea, una buona causa e il successo è assicurato.

E’ quello che è successo con  il Pink Hijab Day. L’iniziativa è partita due anni fa da un piccolo gruppo di ragazze della scuola superiore nella città di Columbia nel Missouri. Oggi il Global Pink Hijab Day ha migliaia di partecipanti in giro per il mondo e in paesi come Sudafrica, Egitto e Qatar. La fondatrice, Hend El-Buri afferma sul sito
www.pinkhijabday.net che in Nord America hanno già scuole islamiche che partecipano all’iniziativa ma spera che “quest’anno avremo più persone coinvolte nei paesi musulmani”. Il Pink Hijab Day è infatti una ricorrenza che cerca di mantenersi fissa nel calendario: viene proposto sempre l’ultimo mercoledì di Ottobre che quest’anno cade il 28 ottobre. 

L’obiettivo del Pink Hijab Day è quello di manifestare la volontà di dialogo, promuovere l’informazione riguardo al tema del velo islamico e sensibilizzare al problema del cancro al seno.
In questa giornata infatti si invita particolarmente ad effettuare donazioni alle fondazioni che si occupano di ricerca, come per esempio quest’anno la Susan G. Komen Breast Cancer Foundation.

Per partecipare attivamente alla giornata, si è invitati a portare un velo, un nastro, una maglia o qualsiasi altro capo di abbigliamento rosa; fare una donazione a un istituto di ricerca; organizzare una marcia o unirsi ad una marcia contro il cancro; incoraggiare gli imam delle moschee locali a concentrare il loro sermone del venerdì su questioni inerenti alla salute e al cancro al seno; contattare le istituzioni musulmane locali per invitarle a partecipare al progetto, organizzare dei pannelli di discussione sul tema dell’Islam, dell’hijab e dell’attivismo sociale all’interno del mondo musulmano.

L’iniziativa è un progetto indipendente al quale le persone sono invitate ad unirsi e a manifestare la loro adesione ovunque nel mondo. Per cui…viva il rosa il 28 di ottobre!
Khadija80
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sabato, 03 ottobre 2009, ore 20:08

L’opposizione al Burka ha visto un’altra sconfitta. Il ministero dell'Interno ha bocciato l'ordinanza anti-burka firmata dal sindaco leghista di Fermignano (Pesaro Urbino).
Ma il primo cittadino non si scompone, e ha già chiesto ai carabinieri e alla polizia municipale di identificare ogni donna che dovesse indossare il velo integrale in pubblico, così come la legge autorizza a fare.
 "il ministero – secondo quanto riferito dallo stesso Sindaco -ha bocciato il settimo punto dell'ordinanza, quello che vietava l'accesso a edifici scolastici e comunali, banche ed esercizi commerciali, e alle manifestazioni pubbliche, con indosso qualsivoglia copricapo, anche a carattere religioso, che copra il volto e renda difficoltoso il riconoscimento".
"Me lo aspettavo – ha commentato il primo cittadino del paese marchigiano - perché la legge nazionale permette di indossare copricapi come il burka o l'hijab per motivi religiosi. E ovviamente la legge dello Stato prevale".
Questa che potrebbe sembrare una accusa di clericalismo alla normativa italiana non è però esatta anche se la motivazione religiosa è stata accennata anche in una sentenza del Consiglio di Stato pur non costituendo la ragione del diniego al divieto.
All’aspetto religioso si riferisce la prima parte della sentenza quando afferma che “è evidente che il burka non costituisce una maschera, ma un tradizionale capo di abbigliamento di alcune popolazioni, tuttora utilizzato anche con aspetti di pratica religiosa.
Non pertinente è anche il richiamo  alla legge che vieta l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo.
La ratio della norma, diretta alla tutela dell’ordine pubblico, è quella di evitare che l’utilizzo di caschi o di altri mezzi possa avvenire con la finalità di evitare il riconoscimento.
Tuttavia, un divieto assoluto vi è solo in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino.
Negli altri casi, l’utilizzo di mezzi potenzialmente idonei a rendere difficoltoso il riconoscimento è vietato solo se avviene “senza giustificato motivo”. 
 Con riferimento al “velo che copre il volto”, o in particolare al burqa, si tratta di un utilizzo che generalmente non è diretto ad evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture.
 In questa sede al giudice non spetta dare giudizi di merito sull’utilizzo del velo, né verificare se si tratti di un simbolo culturale, religioso, o di altra natura, né compete estendere la verifica alla spontaneità, o meno, di tale utilizzo.
Ciò che rileva sotto il profilo giuridico è che non si è in presenza di un mezzo finalizzato a impedire senza giustificato motivo il riconoscimento.
Il nostro ordinamento consente che una persona indossi il velo per motivi religiosi o culturali; le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo per tali persone di sottoporsi all'identificazione e alla rimozione del velo, ove necessario a tal fine.
Resta fermo che tale interpretazione non esclude che in determinati luoghi o da parte di specifici ordinamenti possano essere previste, anche in via amministrativa, regole comportamentali diverse incompatibili con il suddetto utilizzo, purché ovviamente trovino una ragionevole e legittima giustificazione sulla base di specifiche e settoriali esigenze.”
Forse adesso al Sindaco di Fermignano non resta che provare a reiterare il divieto, come ha fatto un suo collega per il burkini, giustificandolo col fatto che incute paura ai bambini, ma prima  dovrà guardarsi bene allo specchio. 
 
http://www.iltamtam.it/Cronache-italiane/Sulle-ali-della-Lega-opposizione-al-burka-anche-in-centro-Italia.aspx
Khadija80
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